MUSEO CHIUSO A SEGUITO DELLE DISPOSIZIONI CONTENUTE NEL DPCM DELL’8 MARZO 2020

 

«Si può dire sicuramente che coloro che sono possessori di tante rare doti, quante si videro in Raffaello da Urbino, sian non uomini semplicemente, ma se è lecito dire, dèi mortali». Così Giorgio Vasari raccontò uno dei più grandi maestri del Rinascimento e con questa citazione inizia, a ritroso dalla morte alla giovinezza, il percorso della grande mostra inaugurata alle Scuderie del Quirinale. Raffaello 1520-1483, aperta fino al 2 giugno, raccoglie oltre 200 opere provenienti dagli Uffizi e da altri musei di tutto il mondo, 120 lavori firmati dal maestro urbinate affiancate a quasi altri cento pezzi di confronto e di contesto, con i quali toccare tutta la biografia del Sanzio, a 500 anni dalla morte, e approfondire quella cultura umanistica in cui si è formato. Tele, disegni, bozzetti, codici e lettere vergate secoli fa, sculture e ricostruzioni dei grandi cicli per carpire uno dei periodi più fecondi della storia dell’arte e uno tra i suoi maggiori protagonisti.

Raffaello si spense a soli 37 anni, in pochi giorni stroncato da una febbre improvvisa, lasciando artisti, papi e intellettuali del tempo attoniti. Il percorso espositivo parte proprio da quell’aprile del 1520 con gli Onori resi a Raffaello al suo capezzale di morte, il dipinto ottocentesco di Bergeret e, di fianco, il grande sepolcro al Pantheon, in marmi policromi con Madonna e bambino al centro, riedificato per l’occasione a grandezza naturale. 

Raffaello, Ritratto di donna nei panni di Venere (Fornarina), 1519-1520 circa

«Una mostra che inizia dalla fine», racconta Marzia Faietti, curatrice del progetto insieme a Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro, «dalla spettacolare ricostruzione tridimensionale della tomba, fino ad arrivare, sala dopo sala alla giovinezza». Seguendo un ordine cronologico inverso, intervallato da sezioni tematiche, si indaga l’artista universale, non solo pittore ma anche architetto, collezionista, amante dell’antichità e umanista in senso lato.

«Vorrei che ogni visitatore scoprisse la facilità del linguaggio di Raffaello», prosegue Faietti, «come un tutt’uno della capacità di gestire e tradurre le difficoltà della sua arte. E che percepisse questa incredibile volontà di rappresentare il naturale ma anche di riprodurre l’indicibile, ciò che è l’invisibile».

 

Un viaggio accurato che ne ripercorre tutta l’avventura creativa e si addentra nell’anima sensibile, vitale e intensa di un uomo del Rinascimento, abbagliato dal bello, appassionato dell’antico, impegnato in una perenne ricerca di armonia compositiva e ingegno sperimentale. Notevoli gli incontri tra le sale: la Madonna con il Bambino e San Giovannino, dai colori soavi, prestato dalla National Gallery of Art di Washington, o la Madonna della Rosa concessa dal Prado, il Ritratto di Giulio II, il vecchio Papa fatto arrivare da Londra, o il tanto discusso Ritratto di Leone X tra i cardinali, portato alle Scuderie contro il parere del Comitato Scientifico degli Uffizi.

 

Ma la visione più toccante si ha incrociando lo sguardo della tenerezza. Sono gli occhi scuri di Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere che Raffaello amò dal primo incontro e rese Venere immortale e icona dell’arte di tutti i tempi. La cosiddetta Fornarina, conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, e probabilmente la Velata, custodita nella Galleria Palatina di Firenze, sono sintesi di grazia e vertigine, candore e sensualità e di tutta quella superba bellezza di cui il Sanzio si alimentò nella sua breve ma eterna esistenza.

 

«Questi è quel Raffaello da cui, quando era vivo, la grande madre natura temette d’esser vinta e quando morì temette di morire con lui», cita l’epigrafe sepolcrale dell’artista che riposa nel tempio dei grandi.