In apertura Bagheria (PA), foto di  Irene Marraffa

Un’avventura poco raccontata che trabocca nascosta bellezza, passo dopo passo per 374 chilometri. Tanti separano il camminatore da Palermo a Messina passando per le montagne, un percorso che attraversa 41 Comuni di una Sicilia che non ti aspetti, da cui non si vede quasi mai il mare.

 

Quattro le province toccate scendendo e salendo per 14mila metri di dislivello, a disegnare un fil rouge portato alla luce da due giovani studiosi siciliani, l’archeologo Davide Comunale e la sua compagna di imprese a piedi Irene Marraffa, insieme a Salvatore Balsamo, ingegnere in pensione che da cinque anni colleziona il record di marciatore più recidivo della Palermo-Messina.

Grazie alla sua passione per la storia antica, Davide sapeva da tempo della presenza di una Via Francigena di montagna: «Quella costiera, ancor più antica, è ormai quasi interamente asfaltata, quindi ci siamo dedicati alla ricostruzione di quella più interna, per mettere insieme un percorso autentico, a piedi nella storia della nostra terra», racconta Comunale.

 

Così, dopo aver accantonato l’idea di fare un cammino lungo il mare, nel 2015, in compagnia di Irene, iniziò a percorrere dettagliatamente la strada montana, facendo riferimento alle testimonianze documentali che citavano la nomenclatura borbonica. «Nel catasto elaborato a fine ‘700 si faceva menzione di una "Palermo-Messina per le montagne", distinta da quella sulla costa». La citazione latina «ad magnam Viam Francigenam» in un documento del 1089 attesta per la prima volta il passaggio per le marine: la strada si sovrapponeva alla Via Valeria, una consolare romana realizzata nel III secolo a.C. La sua variante per le montagne è confermata nello stesso periodo, sin da quando il Gran Conte Ruggero d'Altavilla la usò per spostarsi da Messina a Palermo, caduta in mano musulmana. La presenza dei Saraceni, infatti, stava rendendo la strada costiera meno sicura e così la popolazione cominciò ad arroccarsi in collina.

 

Fin dal Medioevo le Vie Francigene siciliane trovano tracciatura nelle mappe del tempo, come in quelle redatte dal celebre al-Idrisi, il geografo musulmano alla corte del re Ruggero II, che non a caso ha lasciato ricorrenti tracce di sé sul cammino da Palermo a Messina. Ma perché mai venivano chiamate Francigene? «L’etimologia è da far risalire ai Franchi, che in Sicilia erano sinonimo di Normanni, i dominatori provenienti dalla Normandia», spiega l’archeologo.

Da questi presupposti, nasce la riscoperta della Via Francigena che congiunge le due città, uno stupefacente percorso a piedi che si snoda sulle tre catene montuose che compongono l’Appennino siciliano.

 

Passando dalle Madonie ai Nebrodi fino ai Peloritani, i camminatori toccheranno il comune più alto di tutta la Sicilia, Floresta, a 1.275 metri sopra il livello del mare, e risaliranno per decine di chilometri le fiumare per raggiungere autentici gioielli arroccati sui monti, lì dove svettano cittadine vincitrici del concorso Borgo dei Borghi (Petralia Soprana, Gangi e Montalbano), oltre ad altre che fanno parte del Club dei Borghi più belli d’Italia, come Troina, Castroreale, Novara di Sicilia e Sperlinga, considerata la Matera di Sicilia.

 

 

 

Quattro le province toccate scendendo e salendo per 14mila metri di dislivello, a disegnare un fil rouge portato alla luce da due giovani studiosi siciliani, l’archeologo Davide Comunale e la sua compagna di imprese a piedi Irene Marraffa, insieme a Salvatore Balsamo, ingegnere in pensione che da cinque anni colleziona il record di marciatore più recidivo della Palermo-Messina.

Grazie alla sua passione per la storia antica, Davide sapeva da tempo della presenza di una Via Francigena di montagna: «Quella costiera, ancor più antica, è ormai quasi interamente asfaltata, quindi ci siamo dedicati alla ricostruzione di quella più interna, per mettere insieme un percorso autentico, a piedi nella storia della nostra terra», racconta Comunale.

 

Così, dopo aver accantonato l’idea di fare un cammino lungo il mare, nel 2015, in compagnia di Irene, iniziò a percorrere dettagliatamente la strada montana, facendo riferimento alle testimonianze documentali che citavano la nomenclatura borbonica. «Nel catasto elaborato a fine ‘700 si faceva menzione di una "Palermo-Messina per le montagne", distinta da quella sulla costa». La citazione latina «ad magnam Viam Francigenam» in un documento del 1089 attesta per la prima volta il passaggio per le marine: la strada si sovrapponeva alla Via Valeria, una consolare romana realizzata nel III secolo a.C.

La sua variante per le montagne è confermata nello stesso periodo, sin da quando il Gran Conte Ruggero d'Altavilla la usò per spostarsi da Messina a Palermo, caduta in mano musulmana. La presenza dei Saraceni, infatti, stava rendendo la strada costiera meno sicura e così la popolazione cominciò ad arroccarsi in collina.

Santa Lucia del Mela (ME), foto di Irene Marraffa

Sono molti i tesori laici e profani che il turista a piedi visita tappa dopo tappa, tra cattedrali e abbazie, castelli e palazzi, sia in paesini minuscoli che in centri ricchi di storia. Così, tra i 402 abitanti di Sclafani Bagni, una bomboniera di roccia con il suo centro termale naturale, e gli oltre diecimila della meravigliosa Randazzo, testimone sincretica di una densa stratificazione culturale, intercorrono mille e più anni di arte e influenze, congiungendo idealmente così tanti simboli delle nobiltà d’Europa che all’interno della Francigena delle Montagne si potrebbe raccontare una via nella via: quella dei castelli, dove, sullo sfondo di impressionanti ruderi normanni, si stagliano le sfavillanti regge di Caccamo, Sperlinga, Montalbano e Maniace, unico feudo inglese di Sicilia.

 

Via dei Castelli, dunque, o anche Via dei Re, perché le reali impronte del gran conte Ruggero e di suo figlio, ma anche di Carlo V d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, la percorsero con grande seguito. E, a proposito di personaggi illustri, in pochi sanno che a Gangi ha avuto sede l’influente società massonica dell'Accademia degli Industriosi, o che Polizzi Generosa contasse la presenza dell’ordine militare degli Ospitalieri, oggi conosciuto come quello dei Cavalieri di Malta.

 

Notevole anche la varietà dei musei presenti lungo il cammino, da quello dell’Acciuga di Aspra al vicino Museo Guttuso di Bagheria, località nota anche per le straordinarie ville settecentesche della nobiltà palermitana. E ancora, dal Piccolo Museo della Moto di Castroreale al dirimpettaio Museo Civico, dov’è ricostruita la vicenda di un promettente compositore locale, Riccardo Casalaina, morto a soli 27 anni il 28 dicembre 1908 durante il terremoto di Messina. Affascinanti i paesaggi antichi di Rometta, circondati da una natura poderosa e silente, con le rovine del Castello di Federico II, e di Cesarò, cittadina dalle intatte tradizioni popolari.

 

Interessante anche l’aspetto linguistico del gallo-italico, dialetto parlato a Nicosia, Sperlinga, Randazzo, Novara, che incrocia provenzale-francese, latino e siciliano e, vale la pena ribadirlo, indimenticabile lo scenario naturalistico, con due parchi regionali attraversati, quello dei Nebrodi e delle Madonie, oltre all’appena sfiorato parco dell’Etna, che occhieggia dall’alto delle tappe centrali del percorso. Paesaggi che danno modo di venire in contatto con rare specie arboree come l’Abies nebrodensis, attraversare un bosco di gigantesche felci, avvistare nei cieli del messinese colonie di grifoni o aquile reali sulle Madonie e salutare sui sentieri il maiale nero tipico dei Nebrodi.

 

Ma anche di scoprire luoghi magici come l’Altopiano dell’Argimusco con le sue pietre giganti scolpite dal tempo, o la foresta di sculture pietrose create al Parco Museo Jalari da Salvatore Pietrini. Se si è fortunati, si potrà fare visita a padre Alessio nel suo monastero personale dietro Santa Lucia del Mela, unico e straordinario eremita ortodosso sul suolo italiano. Altri luoghi di romitaggio lungo il percorso sono gli eremi di San Gandolfo ai piedi di Polizzi, il seicentesco convento francescano di Calvaruso e quello di San Felice del XIII secolo, capace di donare la preziosa esperienza di dormire immersi nella natura, senza corrente elettrica, al chiarore di un grande camino.

 

A questi fanno sponda importantissime abbazie, come quella di Maniace o la Badiazza, giusto sopra Messina, dove Federico III di Aragona s’innamorò della sua futura regina, similmente a come accadde a Dante proprio negli stessi anni. A Randazzo e Nicosia, poi, si conta la compresenza delle due Chiese Madri di rito e greco e latino, mentre a Calvaruso, Petralia e Gangi figurano tre magnifici crocifissi lignei dello scultore noto come lo Zoppo di Gangi. Altre meraviglie nascoste tra le montagne sono lo stupefacente Trittico di Rogier van der Weyden nella Chiesa Madre di Polizzi, ritenuto il più bel quadro fiammingo di Sicilia, e il Ritratto di Paolo III Farnese, l’unica opera di Tiziano presente nel Sud Italia che si trova invece a Troina, prima capitale normanna, tornata in questi ultimi anni a recitare un ruolo di primo piano grazie all’amministrazione del sindaco Fabio Venezia, eroe moderno e simbolo della legalità, eletto Uomo siciliano del 2019.

 

Venezia è anche l’uomo più rappresentativo di questo cammino, di come un percorso a piedi possa riguardare e coinvolgere tutta la cittadinanza. E così, grazie anche al suo impegno, la Palermo-Messina ha toccato il cuore di tanti uomini e donne di Sicilia, che nella loro terra hanno deciso di restare o di tornare. Perché se camminare è un’attività fondamentalmente individualistica, il segreto di un cammino vincente è che diventi un’impresa collettiva. Per questo è necessario il coinvolgimento di una nutrita schiera di volontari e appassionati, di amministratori sensibili e, più in generale, di cittadini consapevoli che il turismo lento rappresenti una delle poche risorse capaci di risvegliare la sopita economia di località nascoste a poche manciate di chilometri da affollate località balneari, e che proprio in questa distanza trovano la cifra essenziale della loro forza e della loro debolezza. Con un paziente lavoro di informazione, sono stati coinvolti sei Gruppi di azione locale (Gal) e numerosi comitati di accoglienza stanno fiorendo a ogni tappa per supportare l’opera di manutenzione del cammino.

 

Camminare, poi, va di pari passo con mangiare, soprattutto in Sicilia. E nella riscoperta dell’entroterra, anche l’aspetto delle tradizioni gastronomiche ha una parte di primo piano: dalle nocciole dei Nebrodi, piccole e aromatiche, al limone interdonato fino al pirittu, un cedro che diventa ancora più gustoso se consumato con sale e olio. Novara di Sicilia è famosa per il maiorchino, il formaggio di cui è nota la tradizionale gara, con il lancio delle forme nel centro storico. Nutritissimo il reparto dei dolci, dalle immancabili granite nel messinese allo sfoglio delle Madonie a base di formaggio, dal dito d’apostolo alle innumerevoli varianti di prodotti con la pasta di mandorle. Imperdibili la salsiccia di Caccamo, le specie leguminose autoctone come il Pisello Polito di Montemaggiore e il Fagiolo Badda, Presidio Slow Food a Polizzi, dove si cucina anche il famoso "finto coniglio".

 

Senza dimenticare lo sfincione di Bagheria e le braciole a Messina. E proprio così, mangiando e camminando, Giovanni da Milano è passato agli onori delle cronache per aver censito le migliori granite di tutto il messinese con le sue quotidiane imprese di gola. Che vedono il camminatore protagonista di un ultimo atto simbolico: la consegna del pane all’arcivescovo di Messina, procacciato da Don Minico. Si tratta dell’ultima memorabile pausa gastronomica prima della discesa in città, con la consegna del pane fatto e sfornato dai pellegrini con la supervisione della famiglia Mazza, da generazioni impegnata a rifocillare i turisti di passaggio a Colle San Rizzo. Momenti conviviali che si rinnovano di giorno in giorno, condivisi con i referenti di tappa: angeli custodi coordinati dalla rete delle Vie Francigene di Sicilia e che si occupano di accogliere i marciatori stanchi ma felici a ogni arrivo. Una rete di siciliani pronta a sostenere il cammino, a ogni passo.