Se anche ci avessero avvisato, mai avremmo creduto, fino a prima dello scoppio della pandemia, che un giorno in tutto il mondo ci si sarebbe fermati e che qualcuno ci avrebbe detto: tornate nelle vostre case e restateci fino a data da destinarsi. Trasferite lì i vostri uffici, da lì curate i vostri malati e istruite i vostri bambini. Da lì, preoccupatevi solo dei beni e dei bisogni primari, perché è in gioco la salute e la sopravvivenza di tutti: ciò che è superfluo non conta più. Invece, è successo davvero.

 

Ed è successo anche altro: in questo improvviso vuoto abbiamo ritrovato il contenuto. Cioè, la soluzione per salvarci non solo dalla vita di adesso ma anche da quella che conducevamo prima. Tutti, ascoltando i tragici bollettini della Protezione civile, ci siamo sentiti vulnerabili; ci siamo preoccupati di come accudire, materialmente ed emotivamente, i nostri cari o le persone sole e a rischio che conoscevamo; ci siamo sentiti sconvolti dalla riorganizzazione dell’attività lavorativa o scolastica. Tutti abbiamo provato gratitudine e ammirazione per chi, pur di prestare servizio alla comunità, metteva in pericolo se stesso e la propria famiglia; tutti abbiamo accennato un sorriso alla notizia di una nuova nascita e abbiamo rinunciato a qualcosa, qualcosa di grande, a volte, come essere presenti dinanzi alla sofferenza o alla morte di chi amiamo. 

 

È così che i valori, comunemente definiti privati e storicamente terreno dell’esperienza femminile, cioè quelli della cura dei corpi e delle vite, anche quelle più fragili, le relazioni, la scuola, il lavoro, la famiglia, l’economia, si sono riscoperti valori di un’intera comunità. Ciò su cui sono fondate e reggono, non soltanto nei momenti di crisi, le nostre società. Non è dunque un caso che, in una scena pubblica dominata da figure maschili poco predisposte a trovare accordi comuni, quando si è iniziato a parlare di intervento dell’Europa le donne per prime abbiano alzato la voce. Scienziate, scrittrici tra cui Elena Ferrante e Annie Ernaux, registe come Margarethe von Trotta, l’8 aprile hanno firmato l’appello di Se non ora quando – Libere, per dire «basta agli egoismi nazionali» e affermare che «è giunto il momento di ricostruire i nostri Paesi con un grande progetto comune che metta al centro gli esseri umani» e che faccia sempre più assegnamento sui talenti, l’intelligenza e il cuore delle donne.

 

 

L’appello, firmato da oltre 16mila persone, è stato recapitato lo scorso 23 aprile ai governanti europei, insieme a un video in cui abbiamo raccolto le richieste di donne e uomini per chiedere iniziative forti su Europa, donne e ambiente. Tra loro anche le seimila Sardine, movimento nato come noi nelle piazze e voce importante della società civile.

 

«Il Consiglio europeo è stato un successo, i governanti hanno deciso di muoversi insieme con un progetto di ricostruzione finanziato in comune», spiega la regista e scrittrice Cristina Comencini, volto dell’iniziativa. «Si apre ora lo scenario Italia: chi e come verranno gestiti i fondi? La preoccupazione c’è, visto che nella task force le donne sono poche e tra gli esperti sono praticamente assenti. Vogliamo che ora lo Stato italiano impieghi gli aiuti per le infrastrutture connesse alla scuola e alla salute; per affrontare il dramma della crisi demografica, problema europeo ma che nel nostro Paese è di entità spaventosa. Vogliamo si investa sullo stato sociale delle donne, per permettere una scelta libera della maternità, per favorire la condivisone con gli uomini e la possibilità per le donne di avere contemporaneamente dei figli e una carriera». E conclude con spirito combattivo: «Dovranno esserci anche le donne a decidere su questo, non lo chiediamo ma lo esigiamo».

 

Quanto questa epidemia abbia visto loro protagoniste è sotto gli occhi di tutti. Alle casse, in corsia, nelle farmacie, nei laboratori, nei luoghi indispensabili alla sopravvivenza nei giorni di quarantena: erano quelle presenti in maggioranza. Lontane da casa, come il The New Yorker le ha rappresentate in una delle più belle copertine di sempre, «le donne erano a lavorare, in rapporto quotidiano con le difficoltà di tutti noi sconvolti dalla pandemia e gli uomini invece tutti scienziati ed esperti, tutti in televisione o nei comitati a prendere le decisioni», fa notare la cantante Jo Squillo, tra le primissime firmatarie dell’appello. «Sulle donne più di tutte ha pesato questa emergenza e su di loro peserà la crisi che ci aspetta se non approfittiamo di questa occasione per riscrivere le regole di una vita più umana», prosegue. E se non sarà l’Europa a investire sulla cura delle persone e del pianeta, chi altri del panorama internazionale potrà farlo? Il nostro gruppo, che altre volte nella storia del nostro Paese ha saputo individuare il momento giusto per agire, non ha dubbi: serve un salto di civiltà, è il momento che la cultura delle donne diventi la cultura di tutti. Per noi, per le generazioni a venire e per chi non c’è più.