Sembrava solo un’influenza questa malattia dal nome plurimo e un po’ misterioso (Covid-19, Coronavirus, Sars 2), che pensavamo di lasciarci alle spalle come un malessere stagionale un po’ fastidioso ma passeggero. Invece, le molteplici ondate di questo morbo prima sconosciuto hanno sconvolto tutto il mondo: non solo il sistema sanitario e l’economia, ma i modi di pensare e di vivere. Sono state paralizzate le attività che praticavamo di più: muoversi, lavorare, viaggiare, comunicare. I treni obbligati a viaggiare semivuoti, i controlli della Polizia per le strade, gli aeroporti deserti.

 

E poi comunicare solo in remoto, lavoro agile e didattica a distanza, videochiamate al posto de gli appuntamenti, videoconferenze al posto delle riunioni: come se fosse la stessa cosa, che francamente non è. Niente cinema e teatri, tanta televisione; niente cene al ristorante con gli amici, ma il runner che porta il cibo a casa. Niente palestre, niente domeniche sulla neve, solo passeggiate col cane. File di negozi chiusi, alberghi sbarrati, imprese in difficoltà. Le precauzioni, le mascherine, il sistema sanitario vicino al collasso.

 

Adesso, con il vaccino, il desiderio di tutti è ripartire. O meglio: imparare a ripartire. Non vogliamo nasconderci tutte le tragedie che sono avvenute in quest’anno, ma è il momento di parlare di quello che ci aspetta e che ci richiede di agire. Da bambini ci spiegavano a scuola che nell’antico Egitto, ogni anno, il Nilo inondava la pianura; poi ritirandosi lasciava sul terreno un prezioso limo, un fertilizzante naturale. Le esondazioni del fiume si trasformavano così in uno stimolo all’agricoltura, che faceva l’Egitto ricco e prospero. Forse questo paragone ci serve. Fra tanti guai, l’onda di piena del Covid-19 ha anche travolto vecchie remore, impedimenti, concertazioni obbligatorie e spesso infruttuose: bastava che qualcuno esercitasse di fatto o di diritto un potere di veto, e tutto si fermava.

 

In questo senso si può affermare che siamo già ripartiti, anche se non ce ne accorgiamo. Abbiamo fatto cose che sembravano impossibili: la digitalizzazione ha compiuto in quest’anno più passi avanti di quelli fatti nel decennio precedente, nella scuola, nella pubblica amministrazione, nelle imprese, nelle famiglie. La dotazione digitale (smartphone, computer, televisore 4K) appare ormai come un attributo della cittadinanza, senza il quale non ci si può rapportare con l’economia e la pubblica amministrazione, il sistema sanitario, il commercio e la logistica.

 

In senso più lato, appare ormai un’estensione dei diritti civili e, insieme, il modo più agevole di esercitarli. Dopo 20 anni in cui si è parlato invano di cablare l’Italia (compresi i paesi più piccoli), oggi la banda larga ovunque, anche in campagne e villaggi, è finalmente percepita come un servizio essenziale e necessario alla collettività, che spetta di diritto a tutti i cittadini come l’acqua o la luce elettrica. Non l’abbiamo ancora ovunque, ma la pressione per averla già c’è.

Enrico Menduni, accademico, giornalista e scrittore

Certo ci sono state molte false partenze (blackout sui siti istituzionali, app indispensabili che non sono state messe in grado di funzionare, medici di famiglia non informatizzati), tuttavia la percezione popolare dell’importanza della digitalizzazione è ormai cambiata drasticamente. Forse non tutte le convinzioni si confermeranno con la stessa forza quando sarà finita questa emergenza, ma certamente non si tornerà alla situazione precedente, che pure è avvolta nella nostra nostalgia.

 

Chi l’avrebbe mai detto, alla vigilia del Natale 2019, che in un anno si sarebbe compiuta questa repentina e profonda, ancorché incompleta, riconversione? Chi avrebbe detto che in un anno avremmo ridotto i pagamenti in contanti passando a dosi massicce di bancomat e carte di credito? Certo molti l’avranno fatto sperando nella lotteria degli scontrini e nel bonus, ma comunque il passo è compiuto e non si tornerà indietro.

 

Non si tratta tuttavia soltanto di diventare, finalmente digitali. Altre cose che ci sembravano lontane, difficili e complicate, e comunque non prioritarie, sono apparse d’improvviso come necessità obbligatorie dell’immediato futuro. L’obiettivo della sostenibilità esisteva anche prima, ma non con questa pregnanza. Nei talk show televisivi si vedevano personaggi che si descrivevano come pragmatici e realisti, e si di chiaravano attenti alla concretezza dell’economia e dei bilanci, pronti a trattare da utopista sognatore chiunque parlasse di agricoltura, industria ed economia sostenibile. Chiunque avanzasse critiche al modello economico prevalente veniva considerato un ecologista da salotto.

 

In realtà, era chiaro da tempo che in Italia lo sviluppo era troppo lento, stretto in una morsa tra invecchiamento della popolazione e perdita di competitività. I Paesi che erano usciti meglio di noi dalla crisi finanziaria del 2008-2009 avevano messo in discussione un modello economico basato prevalentemente sul carbone e sul petrolio, investendo in scuola, ricerca e innovazione, cominciando anche a rimuovere corposi ostacoli alle pari opportunità di genere e a gruppi sociali svantaggiati.

 

Da noi l’impostazione prevalente erano i due tempi: prima risolviamo le urgenze di oggi, dopo penseremo all’innovazione. Oggi senza sostenibilità non c’è New Generation EU né Recovery Fund; non c’è rilancio, non c’è salvezza. Se la logica dei due tempi resiste ancora, bisogna dire che il primo tempo è scaduto. Ricerca, impresa, innovazione tecnologica digitale, semplificazione amministrativa, opportunità per i giovani e le donne non sono più manifesti elettorali, ma necessità per uscire dall’emergenza attuale.

 

Molte persone finalmente lo hanno capito, e un buon marker del cambiamento è proprio la concezione del trasporto. Gli ormai ex fautori della logistica con i camion da capannone a capannone adesso riconsiderano il trasporto su ferro. E l’auto elettrica: dopo anni di scetticismo tutti i marchi si sono attrezzati – con qualche affanno – a dotarsi di modelli green o ibridi, facendone un prodotto di punta. A proposito: il treno in Italia è elettrico dal 1902.

Articolo tratto da La Freccia