Riceviamo e pubblichiamo dal collega di Trenitalia Cesidio Colantonio un suo scritto riguardante lo storico scalo ferroviario di Sulmona, in provincia dell’Aquila

La stazione di Sulmona compie 150 anni. Nel lontano 1888 partiva il primo treno alla scoperta del primo viaggio dai sapori italiani, come se una dolcezza serena e appagante aprisse e chiudesse il sipario. Si poteva ascoltare il silenzio, popolato di piccoli rumori insignificanti e osservare negli occhi delle persone un bagliore di curiosità incontaminata. Lo spirito di libertà, di avventura ha da sempre accompagnato quei viaggi che aprono le frontiere e stimolano le menti. Ed è come scrive Milan Kundera: “non c’è niente di più bello dell’istante che precede il viaggio, l’istante in cui l’orizzonte del domani viene a renderci visita e a raccontarci le sue promesse”.

 

Abitarci vicino a quei luoghi significa avere l’impressione di essere di passaggio, di possedere un qualcosa di indefinito. Lì, un braccio di strada vi scorre lungamente da un lato, mentre la pianura la circonda totalmente e la montagna giganteggia con la neve immacolata, ma da lontano. E poi la stazione fa sempre sognare la ferrovia, come l’emblema del proprio tempo e rappresenta le relazioni e le azioni che si esercitano mescolandosi come una scossa che parte dalla parte bassa della schiena e arriva sino alla nuca. Il tempo a volte è vorace ed inghiotte tutti i particolari. È come il fascino. Non ne hai mai quanto ne vorresti. Scorre inesorabilmente, non si ferma mai. 

“Panta rei” diceva Eraclito, ma il vecchio cuore viaggiante non dimentica. Assapora nel ricordo la stazione sul palato come un sorso di felicità. I ricordi sono fantastici perché abbelliscono e si colorano con le stazioni e con la patina del tempo che scorre nel suo divenire. E poi un giorno non tanto lontano ti accorgi e scopri che sono passati quaranta anni alla velocità di un Frecciarossa.

 

Una bella storia da raccontare. Tante piccole città dentro un’altra città, frazioni, quartieri che diventano paesi, in cui le persone vivono vite parallele e differenti, a pochi metri di distanza gli uni dagli altri, tutti sotto lo stesso cielo. Immagini di partenze, di arrivi, di addii, di storie, di mani che salutano, di treni che arrivano e ripartono, così vive e vicine nei ricordi da trasformare una parete marcia di umido in una grande stazione nuova e bellissima con un semplice battito di ciglia. È come se a tutta la scena fosse stato impresso uno scatto improvviso, come se attraverso un interruttore Sulmona avesse cambiato il ritmo e anche il tono emotivo. È come se quel movimento che non portava da nessuna parte fosse una specie di metafora.

 

I binari si diramano da est a ovest, da sud a nord, immobili, rimossi dal ritmo frenetico dello scorrere di treni a suon di rock, jazz, swing, minuetti, mentre ti chiedi se l’arrivo nella tua stazione centrale ti dia il senso di un ritorno all’indietro, di una rioccupazione dei tempi e dei luoghi perduti con qualcosa di romantico, nostalgico e pieno di speranza nel suo muoversi a volte prolungato. E ti volti ad ammirare la magnanimità di quella linea sottile che attraversa per intero la stazione e che dà adito a molte tracce. In compenso però che orizzonte, mentre sollevando lo sguardo sfiori con le mani la montagna dura ed illuminata dal sole come un ritorno violento dei colori, dei valori tattili, dei lievi sussurri che sono lì senza che il tempo li abbia consumati.