Incontro Claudio Cerasa nel suo ufficio, al secondo piano del palazzo della Sorgente Group, la società proprietaria della testata fondata nel 1996 da Giuliano Ferrara, oggi presidente della cooperativa di giornalisti che la gestisce.
Cerasa diventa direttore del Foglio a 32 anni, nel gennaio del 2015, dopo esserne stato caporedattore. Com’è ormai consuetudine per molti direttori, è diventato anche un opinionista politico ben conosciuto dal pubblico dei talk televisivi. Grazie a quella fortunata contaminazione transmediale, di cui abbiamo scritto altre volte, che fa perno su un perdurante coinvolgimento passionale sprigionato dall’agone politico, nonostante le disillusioni e i sussulti anti-establishment. Cerasa è incisivo, asciutto, diretto, pragmatico. Il nostro breve ma denso incontro, incastonato trai suoi mille impegni, ne è conferma. 
Il Foglio, fin dalla sua nascita, è stato un giornale sui generis. A cominciare dall’aspetto: caratteri minuti, interlinea stretta, colonne piene. Ecco, oggi che la disabitudine alla lettura va di pari passo con la contrazione dei tempi di attenzione tutto questo funziona ancora? 
Intanto, se parliamo di giornale cartaceo, i suoi articoli devono essere potenzialmente ritagliabili. Insomma devono indurti a conservarli, a metterli da parte. Se un giornale funziona devi sentire il bisogno di strapparne una pagina.
Se me lo dici significa che in tanti ritagliano articoli del Foglio. Quindi non conta la lunghezza, quanto piuttosto il contenuto?
Ma sì. Abbiamo la riprova sul web, dove vediamo che gli articoli lunghi sono letti esattamente come quelli corti. Sia sul telefonino sia sui computer. I formati restano essenzialmente due. Quelli più corti servono per darti un’idea, raccontarti un fatto, offrirti una rapida interpretazione del mondo. Ecco, sono un po’ come lo schiocco delle dita che richiama la tua attenzione. Poi ci sono quelli che invece ti accompagnano in una lettura necessariamente più lunga perché quel tema lo approfondiscono. E tu, lettore, vuoi sapere tutto di quel tema lì. E certo non ti lasci impaurire dal tempo necessario.
La crisi dell’editoria tradizionale e dei giornali cartacei appare irreversibile. Quel modello di business non funziona più. Quali sono le alternative?
Comprare un quotidiano in edicola è diventato per molti un lusso. Ma non è una questione da dirimere, è come la forza di gravità, è una cosa che c’è, chi più chi meno, ma sta succedendo. Paradossalmente i grandi giornali possono solo calare, mentre i piccoli possono ancora crescere, e molto. Insomma, tutto questo non vuol dire che i giornali debbano sparire. Forse è il momento più eccitante per immaginarsi nuovi prodotti e nuovi contenuti, cercando di utilizzare questa fase di distruzione delle vecchie modalità di giornalismo per crearne di nuove. Ecco, siamo di fronte a una distruzione creatrice, come ci insegna il modello schumpeteriano.
Ossia la cosiddetta burrasca di Schumpeter, dal nome dell’economista austriaco del secolo scorso, che comprende quei cambiamenti repentini introdotti dalla tecnologia. Come quando il vinile ha lasciato il posto alla musicassetta, che lo ha ceduto poi al cd, poi al lettore mp3 e dopo allo streaming…ma la musica comunque resta. Anche il giornalismo, quindi, resisterà. Ma in quali forme e modalità?
Da qui in poi dobbiamo pensare a una testata giornalistica come a una specie di hub. Diciamo a una stazione, usando una metafora ferroviaria. Una stazione da cui partono tantissimi treni diversi che vanno in mille direzioni. La sfida è riuscire a inventarsi nuovi modi di creare contenuti, utili per essere poi acquistati nei modi più vari. Oggi anche la terminologia “il giornale” è quindi sbagliata. Perché il giornale è solo una parte del tutto, è un binario. Gli altri non sono stati ancora percorsi. E ce ne sono e saranno tanti. Dai podcast, per ascoltare il giornale senza sfogliarlo con le mani o senza muovere le dita su uno schermo, ai convegni e agli appuntamenti in cui le persone si possono vedere e confrontare. Dal personalizzare l’offerta facendo abbonamenti ad hoc, cuciti addosso alla singola persona, fino alla multimedialità video e radio con palinsesti diversificati.
Mi sembra tu abbia le idee piuttosto chiare e un programma ben preciso. Stai forse parlando di un cantiere aperto al Foglio? Sbaglio?
Non sbagli. È la sfida che abbiamo davanti nei prossimi mesi e anni a cui stiamo lavorando: trasformare la nostra testata in un brand, in una specie di casa editrice, un hub, appunto. Diversificheremo l’offerta anche con produzioni settimanali e mensili, creando una sorta di galassia intorno al sole del Foglio. Nel fare questo abbiamo la possibilità e il vantaggio di essere molto veloci perché siamo un piccolo giornale. E, soprattutto, con la nostra cooperativa, siamo di fatto l’editore di noi stessi. Questo ci garantisce indipendenza e libertà assoluta, che ci viene concessa, ovviamente, da chi ha in mano la testata. È proprio una questione di dna del giornale.
Quindi il prossimo anno assisteremo all’inizio di questa burrasca creativa?
Sarà un’evoluzione continua, in parte già iniziata. Perché Il Foglio già oggi è un giornale piuttosto all’avanguardia nella capacità di creare contenuti, utili per essere poi acquistati. Siamo stati i primi ad avere un paywall quasi totale. Con una formula che hanno pochi altri, la freemium, ossia un po’ di contenuti free e altri a pagamento. Le nostre entrate sul sito sono prevalentemente legate ai contenuti acquistati.
Quindi c’è domanda di informazione? E, così, anche spazi per realizzare margini?
C’è un interesse fortissimo soprattutto per la politica, basti pensare al boom di spettatori che ha avuto lo scorso ottobre il confronto tra Salvini e Renzi in tv da Bruno Vespa. Non è vero neppure che i ragazzi non si informano, magari leggono su piattaforme disordinate, su Facebook o su altri social network, e non sono affezionati ad alcuna testata. Un’altra azione che abbiamo in serbo per i prossimi mesi sarà cercare di avvicinarsi al mondo universitario, e ai tanti giovani che sono alla ricerca di una qualche testata in cui riconoscersi e di cui innamorarsi.
Strappandoli dai social?
Proprio nell’epoca in cui l’informazione si pesca a caso navigando sulla rete e con il sospetto che possa essere viziata da notizie false, cresce la necessità di testate credibili e autorevoli. Testate che abbiano una loro storia e affidabilità e possano diventare una risposta alla post verità e un antidoto alle fake news.
Però la ricerca di informazione sul web nasce anche dalla sfiducia verso un giornalismo ritenuto fazioso. Quasi come se l’ondata populista e anti-establishment, che tempo addietro in un tuo intervento definivi comunque in buona parte rientrata o ammorbidita, avesse minato anche la credibilità dell’informazione tradizionale, anch’essa parte dell’establishment?
Non penso sia assolutamente questo il problema, anzi penso che i giornali hanno senso soltanto se rappresentano degli interessi, perché non raccontano la verità, ma un punto di vista. I giornali che dicono di voler raccontare la verità stanno imbrogliando i loro lettori, perché la verità non esiste.
Quindi la notizia oggettiva, asettica, non esiste…
I giornalisti sono come i fotografi, hanno la loro macchina fotografica e ciascuno ha un proprio punto di vista, un’inquadratura diversa rispetto a quello che accade nel mondo. Quel che conta è ammettere qual è il proprio punto di vista, la propria posizione, spiegare come si guarda il mondo e che idea se ne ha. Così, dicendo sinceramente da che parte stai, il tuo lettore può fare la tara, essere d’accordo o contrario a quel che scrivi e dici. In ogni caso il compito di un giornale oggi è quello di farti reagire, un giornale che informa e basta non serve più.
Farti reagire. Mi sembra un obiettivo dirimente, deciso. Il titolo di un manifesto?
Ma sì, devi avere i tuoi scoop, i tuoi reportage. Mettere insieme tante azioni che suscitino delle reazioni, se non susciti nessun tipo di reazione fai un giornale che non serve a niente. Un’altra forza dei giornali deve essere quella di andare a rappresentare alcune nicchie, alcuni mondi particolari che hanno voglia di essere rappresentati. Ecco, i giornali omnibus, che rappresentano tutto, secondo me sono destinati a essere rivoluzionati con altri modelli di sviluppo.
Quali altre qualità deve possedere, oggi, un’informazione meritevole di essere acquistata?
In primo luogo credibilità. Per riacquistarla bisogna cercare di raccontare il mondo senza dare al lettore quello che già sa. Devi essere imprevedibile e un po’ sorprendente. Spiazzare e prendere posizione. I giornali terzisti, che non prendono posizione, che surfano su una notizia senza però cavalcare fino in fondo l’onda e che non sentono mai il bisogno di andare contro corrente, sono giornali inutili, scontati.
Poi, perché comprare notizie se le trovi ovunque, gratis?
Infatti, oggi non ha più senso fare i giornali dicendo «ieri è successo questo», perché chi pretendiamo di informare è già una persona ben informata. Quindi o hai informazioni tue esclusive oppure ha senso darle soltanto se inserite in un contesto che serve a dimostrare altro o a interpretare un avvenimento.
Le idee di Claudio Cerasa sono nitide, nette, senza concessioni a sfumature e annacquamenti. Lo salutiamo con l’augurio che dall’hub del Foglio i treni arrivino e partano sempre in orario. Ma soprattutto, che abbiano tutti, a bordo, tante persone desiderose di viaggiare, conoscere, capire e farsi un’idea. E capaci anche, leggendo e viaggiando, di cambiarla.

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