La consapevolezza cambia il mondo

L'informazione di qualità secondo il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio

03 dicembre 2019

 

È da dieci anni il direttore di Avvenire, quotidiano dove lavora e scrive da un quarto di secolo. Marco Tarquinio, umbro di Assisi, è professionista dall’eloquio pacato e raffinato, condito da una gentilezza d’altri tempi, che sottendono la tenacia nel definire e dare concretezza ad alcuni inalienabili valori. Innanzitutto il rigore e l’onestà intellettuale («la potenza senza controllo è nulla»), insieme al rispetto delle persone («ogni pezzo che scriviamo è impastato con la vita della gente») e dei fatti («la libertà dei giornalisti è sempre specchio della libertà dei lettori»).
Ottimista, per sua esplicita ammissione, ha scelto come motto suo e del giornale questa frase: «La consapevolezza cambia il mondo». Perché una sana informazione ha una funzione pedagogica e rigenerativa, come la misericordia a cui papa Francesco assegna identico fine. E la si realizza anche abbattendo le omologazioni, le vulgate di moda e oltrepassando le bolle nelle quali troviamo conforto e conferme per «vedere anche con gli occhi di un altro e trovare opinioni diverse che ci costringano a pensare di più».
Il nostro incontro inizia davanti a una tazzina di caffè, nella sede romana del quotidiano. Tarquinio ricorda l’imprinting familiare: «Da ragazzo ho avuto la fortuna che a casa mia ne entrassero quattro di giornali, tutti di orientamento diverso. Papà era professore di filosofia e mamma maestra, quindi non erano dei nababbi ma libri e giornali non sono mai mancati e mi hanno guastato, come si vede», ride.
Altro che guastato! Ti hanno donato radici sane e solide, direi. Ma iniziamo a parlare di quelle del quotidiano che dirigi, che ha mezzo secolo di storia.
Sì, Avvenire nasce nel 1968, per volere di papa Paolo VI. Un giornale glocal, lo si definirebbe oggi, radicato nella realtà italiana ma aperto al mondo. Nasce dalla fusione di due grandi quotidiani, L’Italia di Milano e L’Avvenire d’Italia, entrambi di ispirazione cattolica, guidati da uomini di grande tempra, capaci durante il Ventennio fascista di non scendere mai a patti con il regime. Tra le loro fila anche Odoardo Focherini, l’unico giornalista beato italiano, a capo di una rete clandestina per far espatriare ebrei e perseguitati politici. Aveva sette figli, il settimo, una bimba, nacque mentre lui moriva in campo di concentramento.
Saldi valori che scorrono ancora nelle vene del vostro giornale.
Uno dei problemi del nostro tempo è che abbiamo perso di vista, in nome del relativismo assoluto, il bene e il male. Un po’ di sano relativismo è indispensabile, per smussare gli spigoli. Ma se perdiamo la consapevolezza del bene e del male non comprendiamo più perché qualcuno possa sacrificare la propria vita per salvare quella di un altro o l’intero patrimonio di famiglia per salvare la sua impresa, insieme al lavoro delle sue maestranze. Non capiamo più queste vite buone e questi eroismi civili che fanno invece parte della nostra storia.
Informare e raccontare storie virtuose aiuterebbe a essere tutti più virtuosi. È così?Guarda, io sono tendenzialmente ottimista, ma so anche fare i conti con la realtà. Tuttavia ogni giorno in Italia accadono tante cose giuste e se riusciamo a raccontarle, come cerco di fare con i miei colleghi, diamo cittadinanza mediatica all’altra parte del Paese e del mondo, a chi fa qualcosa di giusto, nell’impresa, nella scuola, nelle relazioni personali.
Eppure i nostri media danno spazio soprattutto alla cronaca nera…
È vero. I dati raccolti ogni anno dall’Osservatorio della Fondazione Unipolis insieme all’Osservatorio di Pavia e a Ilvo Diamanti e Nando Pagnoncelli dicono che siamo un Paese ammalato di cronaca nera. Che arriva a costituire il 54% delle notizie totali, in particolare nel sistema televisivo. Negli altri grandi Paesi europei si oscilla tra il 9 e il 18%. Eppure viviamo in uno dei Paesi più sicuri del mondo, tra quelli dove si vive meglio, dove c’è più rispetto gli uni per gli altri, abbiamo un impasto sociale ancora straordinariamente buono ma enfatizziamo sempre gli aspetti negativi e alimentiamo una depressione terribile.
E allora perché continuiamo a raccontare il peggio?
Noi giornalisti diciamo che la gente vuole questo. Ma è un grande alibi, perché io faccio un giornale diverso, eppure funziona. Siamo stati un caso editoriale perché abbiamo tenuto tutte le copie mentre altri le perdevano e siamo passati dall’undicesimo al quarto posto nella classifica dei quotidiani italiani più diffusi e letti, quinto nell’aggregato cartaceo-digitale.
Quindi?
Vuol dire che un’informazione diversa si può fare, aiutando la gente a non vedere tutto nero e a non restare chiusa dentro casa mettendo i sacchetti di sabbia vicino alla finestra, come cantava Lucio Dalla.
Insomma, oltre alle fake news e alle post-verità, esiste una questione di scelte e dosaggi informativi che offrono una realtà falsata.
Sì, la manipolazione delle notizie non consiste soltanto nel come le scrivi ma anche nel menù che confezioniamo. Se escludiamo alcuni ingredienti, stiamo manipolando il senso complessivo.
Però esiste anche una questione di come le notizie vengono raccontate. Qualche tua collega, estremizzando, ha detto che la verità non esiste.
Io credo che esistano, invece, le verità minuscole della cronaca e una verità più grande. Un giornale che dichiara la propria ispirazione cattolica di questo è profondamente convinto. Lo so che l’obiettività è difficile, ma l’onestà è necessaria. Bisogna essere molto onesti nel rapportarsi ai fatti, con i quali non si litiga ma si fanno i conti. Come mi hanno insegnato grandi maestri, credenti o non credenti.
Spiegaci meglio.
Prima di tutto si raccontano i fatti per quello che sono, e non per quello che vorremmo fossero. Poi accanto ai fatti, e non sopra, si mettono le nostre opinioni. E lì c’è lo schieramento, dici come la pensi, ma il fatto deve essere riconoscibile, giudicabile dal lettore a prescindere dalla tua opinione.
Come recitava lo slogan di Lamberto Sechi a Panorama, «i fatti separati dalle opinioni».
A me piace dire che i fatti non devono essere mai incrostati dalle nostre opinioni. Troppo spesso in Italia abbiamo ormai anche un’informazione che non fornisce neppure i cinque elementi basilari della cronaca.
Ma anche le opinioni hanno il loro peso…
Eccome, noi di Avvenire siamo l’unico giornale italiano che mette le idee e le opinioni a pagina due e tre per cominciare il racconto del giorno, facendo parlare anche i lettori.
Come cambiano il mestiere del giornalista e i media con la rivoluzione digitale?
Io ho già vissuto la prima rivoluzione, quella che ci ha portato all’impaginazione elettronica. Pensavo bastasse! Questa seconda è tale che il giornale sembra non esca più una sola volta al giorno, ma ogni cinque minuti, online. Però in realtà il nostro lavoro non è cambiato.
Perché?
Perché a noi informatori professionali viene ancora chiesto di garantire l’informazione di qualità, verificata e verificabile, che assicuri, a chi l’acquista o la scelga, qualcosa di solido, non di magmatico e di traditore. Sul web con la fretta di arrivare primi vengono spesso messe in circolazione non bufale, ma mostruosità informative che hanno fatto e continuano a fare danni. Gli errori sul web sono duri a passare, perché la Rete ha la fluidità del fiume in piena, ma anche la fissità della gogna medievale.
Una gogna che trova il suo apice sui social.
Dico sempre che i social sono come la celata e la mazza del cavaliere medievale, senza però le regole della cavalleria: disgraziato a chi ci dà occasione. Per questo con il nostro bravissimo social manager Gigio Rancilio abbiamo introdotto un galateo molto severo, dichiarato subito sulla nostra pagina Facebook. Chiediamo a tutti di essere molto sorvegliati e ricordarsi che stiamo parlando con persone.
Per il giornalista si chiamano deontologia e serietà professionale.
Noi giornalisti avremo un futuro se ci dimostreremo e saremo percepiti e accettati come guardiani dei pozzi d’acqua potabile dell’informazione, nel tempo di un’informazione spesso fangosa e addirittura avvelenata. Custodi dell’obiettività e della libertà. Ponendoci anche un’altra impegnativa ambizione: dimostrare ancora l’utilità e, anzi, l’essenzialità dello strumento giornale.
In che senso?
Viviamo un tempo di informazione diffusa, siamo raggiunti in mille modi da notizie selezionate grazie ai nostri circuiti di amicizie, a qualche algoritmo o ai cookies che abbiamo accumulato. Io la chiamo l’informazione selfie perché alla fine, sopra tutte le notizie, c’è la nostra faccia con l’opinione che abbiamo già. Ma l’unico modo giusto, lo dice un cattolico laico, per approcciare a qualunque realtà è vederla anche con gli occhi di un altro. Se ti fidi di un giornale e lo consideri attendibile e serio puoi trovarci anche un’opinione che non collima con la tua, però l’accetti, ti ci misuri e magari resti della tua idea, ma intanto ti ha fatto riflettere.
Insomma, giornali e informazione di qualità sono ancora necessari.
Hegel definiva il giornale la preghiera laica del mattino, per un cittadino a pieno titolo. Perché fare un giornale è prendere un giorno della vita del mondo, interpretarlo con delle chiavi di lettura, organizzarlo gerarchicamente e metterlo in mano a chi si fida di te. Dobbiamo dimostrare che tutto questo serve ancora. Oggi più che mai.
Hai detto che confrontarsi con le opinioni altrui è fondamentale. Chi ti ha preceduto come direttore aveva coniato per Avvenire il motto «per amare quelli che non credono».
Sì, Avvenire era ed è un giornale che parla a tutti, dove scrivono anche diversamente credenti o non credenti. Solo quando ho portato Sergio Staino è successo un pandemonio, perché hanno scoperto che un ateo vi disegnava le strisce con Gesù. Ma, come si dice, oportet ut scandala eveniant, è bene che succedano anche scandali di questo tipo.
Insomma, qualche “scossa” che faccia discutere serve.
Serve raccontare il lato giusto della cronaca, perché altrimenti ti deprimi, ma anche aprire gli occhi del lettore, senza reticenze. Le guerre cominciano a finire quando qualcuno riesce a fartele vedere con tutta la loro violenza e ingiustizia. Così è per il potere della mafia, per la corruzione. Non è vero che la gente non riesce più a scandalizzarsi, ma deve poter distinguere tra comportamenti corretti e porcherie.
Altrimenti finiamo nella notte hegeliana dove tutte le vacche son grigie...
Per questo uno dei compiti del giornalista è rompere le scatole, dentro le quali chiudiamo la realtà e le persone, e mostrare cosa c’è dentro davvero, così la gente riesce a vedere il bene, il male e a indignarsi quando ce n’è motivo e serve.
Per fare quel che dici occorre tenacia, libertà e coraggio.
È vero. Un nostro collega è stato messo sotto scorta per un’inchiesta internazionale, per minacce che gli arrivano dalla Libia. Perché siamo andati a dimostrare che i trafficanti di esseri umani hanno anche la divisa della Guardia Costiera Libica, e sono interlocutori dei governi da quest’altra parte del mare, compreso il nostro. Abbiamo mostrato che le cose sono ben diverse da un certo racconto. Quelli che passano per essere gli alleati della legge sono i veri alleati dei trafficanti, anzi sono i trafficanti stessi, mentre gli altri, i buoni finora dipinti da cattivi, non sono alleati di nessuno, se non di quei disgraziati che finiscono dentro questa tenaglia e rischiano di morirci, affogati.
Di cos’altro sei soddisfatto del tuo giornale?
Del continuo dialogo con i lettori. Del fatto che a mezzanotte in punto, la nostra prima edizione di Avvenire è già sui tablet e gli smartphone. Che siamo il giornale cartaceo con più abbonamenti in Italia, oltre 80mila. E il più letto nelle carceri, con settemila copie diffuse grazie a un progetto a cui tengo molto, che guarda al recupero delle persone che hanno sbagliato. Perché nessuno è perso per sempre. Per questo chiedo ai miei colleghi, scrivendo di grandi fatti di cronaca giudiziaria, di rispettare tutti: dalle vittime a quelli che stanno sul banco degli imputati.
E anche questo è un fatto di qualità e controllo, che non dovrebbero mai mancare nella buona informazione.

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