«Il treno? Parte. Sarò pure il solito inguaribile ottimista, ma io ne sono abbastanza sicuro: il treno riparte». Monsignor Matteo Maria Zuppi, cardinale e arcivescovo di Bologna, non rifugge dalla metafora ferroviaria per iniziare la conversazione con La Freccia.

«Però a bordo si sale solo a precise condizioni», continua. «La prima è che non possiamo permetterci di perderlo, pensando che intanto poi ne passerà un altro. È una brutta abitudine che abbiamo alle nostre latitudini, posticipare la soluzione dei problemi pensando che ci sia sempre un’altra opportunità. Questa volta non può essere così. La pandemia ha messo a nudo tutte le nostre fragilità preesistenti. Non ne passa un altro».

La stanza nel palazzo vescovile dove il cardinale ci attende, in un caldo pomeriggio estivo, parla di semplicità, lavoro e tanti libri, ed è lo specchio fedele del personaggio, che fa dell’essenzialità, tanto intellettuale che pratica, la sua cifra. Perciò ci adeguiamo subito allo stile dei suoi collaboratori e lasciamo perdere l’Eminenza per passare a un più semplice e confidenziale don Matteo, senza timore di infrangere l’etichetta.

 

Don Matteo, allora quali sono le altre condizioni per riprendere la corsa?

Beh, intanto direi che su questo treno ci dobbiamo stare tutti. E sottolineo tutti. In primis i più deboli e fragili. La forbice delle sperequazioni sociali si è pericolosamente allargata. Come Chiesa, attraverso le nostre strutture e organizzazioni caritatevoli, abbiamo dei termometri molto precisi, e debbo dire che siamo abbastanza allarmati. Non possiamo lasciare indietro nessuno, tutti devono salire a bordo. Credo che questa crisi possa anche essere una buona occasione per ripensare a una diversa distribuzione del reddito.

 

Un modello di sviluppo diverso?

Questo convoglio che riparte può e deve cambiare destinazione. Tre le priorità assolute: più lavoro, ambiente e cultura. Più lavoro perché mi piange il cuore a vedere centinaia di migliaia di nostri ragazzi che fanno le valigie e varcano le frontiere in cerca di un impiego. Sono molti di più degli stranieri che arrivano, ma non sono riconosciuti come un’emergenza sociale, nessuno ne parla. Più ambiente, perché ormai è evidente a tutti che i nostri stili di vita e lo sfruttamento non ponderato delle risorse naturali non sono più sostenibili, ci facciamo del male ricercando un effimero bene.

E poi, attenzione, quando dico più cultura è perché sono convinto che gran parte dei nostri problemi vengano da un pesante depauperamento su questo fronte che stiamo subendo da qualche decennio e rispetto al quale non vedo segni significativi di inversione.

 

E questa è una preoccupazione seria per don Matteo: si capisce che da come cambia repentinamente espressione del viso. Sicuramente la simpatia che il cardinale suscita ovunque, anche oltre i confini del popolo credente, dipende anche dalla sua comunicazione non verbale: un viso plastico che trasmette subito empatia, ascolto sincero, attenzione non banale. Un porporato, un prete, un uomo, ancora capace, a 64 anni, di provare curiosità e stupore nei confronti del prossimo. Qualità che sono un dono di natura, ma anche, in gran parte, il risultato di una lunga pratica di vita con la gente e per la gente. Ancora giovane studente, negli anni ‘70, al Liceo Virgilio di Roma, incontra Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, con cui inizia a conoscere le periferie di Roma, gli ultimi, i poveri di una città non ancora metropoli, ma già cresciuta disordinata e diseguale. Il legame con Sant’Egidio lo accompagnerà tutta la vita. Quando Papa Francesco, lo scorso ottobre, gli consegna la berretta rosso porpora, eleverà la chiesetta a Trastevere, intitolata al Santo dove la comunità è nata, a titolo cardinalizio proprio per lui. E sempre con Sant’Egidio, per l’occasione ribattezzata “l’Onu de Trastevere”, una trentina di anni fa, da giovane sacerdote, partecipa ai negoziati di pace durante la guerra civile in Mozambico. Poi tanti anni come parroco nella bellissima basilica di Santa Maria in Trastevere, che negli anni ‘70 e ’80 non è solo un quartiere per vip, intellettuali e stranieri, ma anche crocevia di tanti emarginati e vagabondi. E ancora, prima di diventare vescovo, un passaggio più breve da parroco a Torre Angela, suburbio romano lontano, popoloso e popolare.

 

Dalla sua biografia non stupisce che la parola periferia ricorra in continuazione nei suoi discorsi. Che sia in senso urbanistico o dell’anima, come la intende Papa Francesco.

Quando il papa ha cominciato a parlarne sempre più spesso ho provato un’intima soddisfazione, come di riconoscimento dello stile pastorale che ha ispirato tutta la mia vita di prete. La pandemia ha portato a galla tanti sobborghi. Colgo tanto bisogno di risposte a domande esistenziali e di spiritualità.

 

Ma torniamo al nostro viaggio…

Penso che il treno debba percorrere un certo binario, seguire un metodo. Che è quello dell’ascolto, della relazione, del rispetto reciproco, della solidarietà. Non sono solo parole o buoni propositi, ma i caratteri propri della nostra migliore tradizione, che dobbiamo recuperare a dispetto dell’individualismo montante degli ultimi tempi. Si parla di rispetto solo in termini di convenienza. E questo non è cristiano. Insomma, serve un binario fatto di tanti ponti non muri.

 

Dalle metafore ferroviarie mi pare di capire che lei abbia un debole per questo mezzo di trasporto.

Amo il treno. Nei miei spostamenti lo uso sempre, oppure vado in bicicletta. Raramente prendo la macchina, che utilizzo ogni tanto soltanto perché la diocesi di Bologna è molto estesa. Possiede una magia che è soprattutto la sua capacità di creare relazioni tra la gente. Ha notato che mentre in aereo non si parla mai, in una carrozza si crea subito una sintonia confidenziale col vicino? Pensavo accadesse solo a me, perché la gente ha spesso voglia di farsi una chiacchierata con un prete, ma mi sono accorto che capita a tutti. Credo che dipenda dal fatto che sia un mezzo ancorato alla terra su cui sfila: segna il nostro territorio e quindi dà certezza, stabilità, tranquillità. È come quando gli psicologi ti suggeriscono di tornare e poggiare i piedi nudi sul luogo in cui sei nato, per ritrovare con le tue origini anche te stesso. E da quel posto poi ti muovi fermandoti a ogni stazione. È la nostra vita. Bisogna vivere bene e in profondità ogni fermata. Ecco per me il treno è questo. Poi amo molto anche la bicicletta. Penso, come scriveva la poetessa Madeleine Delbrêl, che sia un paradigma della vita: stai su un equilibrio sempre incerto, che diviene più stabile solo in ragione della spinta che gli dai pedalando. In bici competi innanzitutto con te stesso, la forza, prima di essere fisica, è mentale.

 

Monsignore, ma questa è poetica della mobilità...

Ma no (ride e si schernisce, (ndr), quale poetica? Poeta è il mio amico Francesco Guccini. Ci siamo conosciuti in un viaggio ad Auschwitz, gli ho detto che mi piace la sua canzone Il Pensionato e ci siamo trovati l’un l’altro simpatici. Qualche settimana fa abbiamo celebrato insieme i suoi 80 anni.   

 

E l’aereo?

Lo prendo poco. Solo per tornare ogni tanto in Mozambico, dove ho ancora tanti amici e alcune iniziative di solidarietà in piedi. È una terra che ho sempre nel cuore. La pacificazione di quel Paese, che mi ha visto tra i promotori insieme ad Andrea Riccardi, Jaime Pedro Gonçalves e Mario Raffaelli, è una delle pagine più belle che il Signore ha voluto scrivere sul libro della mia esistenza. Una diplomazia reinventata con semplicità, col cuore e buona volontà. Di recente, in occasione della visita del papa in Mozambico, L’Osservatore Romano, ricostruendo quelle vicende, ha titolato significativamente “Eravamo solo quattro amici al bar”, per dire che eravamo dei volenterosi dilettanti.

 

Mi ha detto prima di aver colto la diffusione di un certo bisogno di spiritualità, specie dopo il Covid-19. Ma, dall’altro lato, le chiese sembrano sempre più vuote. C’è grande consenso e gradimento per figure come la sua a Bologna o come Papa Francesco a livello globale. Ma questo poi non si traduce in pratica ecclesiale e tantomeno sacramentale.

Guardi, i frutti non si vedono il giorno dopo la semina. Per ora Papa Francesco sta seminando molto, soprattutto su terreni incolti e abbandonati. Forse saranno altri a raccogliere e mietere. La partecipazione alla Chiesa non si misura con l’Auditel. Il nostro compito, ora, è suscitare domande esistenziali, far emergere i sentimenti veri, ed è più impegnativo che dare risposte. È vero che in fondo la nostra risposta è il Vangelo, il Vangelo dell’Amore, ma dobbiamo rifuggire dalle soluzioni preconfezionate, identitarie, che esibiscono una chiarezza onnisciente e preventiva.

Occorre rimetterci in gioco. Riaprire legami, contatti che erano persi o ammuffiti. Noi siamo già figli della secolarizzazione, precipitati rapidamente e senza accorgercene nella post-cristianità. Che ha lasciato sul campo molti generali sconfitti, e mica solo tra i credenti. Ma a poco vale guardarsi indietro con nostalgia per i tempi che furono. Il mondo, anche se non lo sa, ha bisogno oggi più che mai del Vangelo, del bene incondizionato per l’altro diverso da me, per i poveri, i deboli, gli ultimi. La Chiesa non è stata sufficientemente missionaria, ma ora con Francesco sta vivendo una nuova Pentecoste. Però, se vogliamo veramente seminare relazioni, bisogna accettare due condizioni. La prima è che gli incontri si facciano fuori, o in treno (e ride, [c]ndr[/c]), non nel salotto di casa nostra: occorre uscire per strada. La seconda, è essere realmente capaci di ascoltare, con attenzione e onestà. Il problema vero è chi fa tutto questo. Chi fa ripartire i vagoni della nuova umanizzazione? La Chiesa dovrà fare la sua parte. La sogno più madre che maestra.

 

Intanto, don Matteo, il suo treno si è fermato a Bologna.

Si, ed è una gran bella sosta. Sono proprio felice di essere qui, accolto con un calore e un affetto straordinari. E ce devi mette’ che co ‘sto ineliminabile accento trasteverino non partivo proprio avvantaggiato! Non avevo la più pallida idea che il papa volesse mandarmi qui, non lo sapevo. Però qualcosa doveva essere trapelato dai sacri palazzi, perché il giorno prima della nomina ricevetti una telefonata da un giornalista che mi chiese se fossi contento di essere l’arcivescovo di Bologna. E io, pensando che fosse una balla, gli ho risposto: «È più facile che il Bologna vinca lo scudetto che io diventi vescovo». Capisci? Mo’ c’ho un debito con la città, dobbiamo tifare rossoblù. Vedi, Bologna è un buon punto di partenza per quell’itinerario di cui parlavamo prima. Perché ha una radicata tradizione di dialogo, incontro, ricerca. 

 

Il capoluogo emiliano lo ha subito unanimemente adottato. Su Facebook spopola una pagina di bonaria ironia, Zuppi che fa cose. E le immagini del vescovo che cena con gli indigenti, o che si mostra in mezzo ai lavoratori il 1° maggio, hanno fatto immediatamente breccia nel cuore generoso dei bolognesi.

 

Nella radicata tradizione di dialogo che c’è a Bologna, come si colloca la Chiesa? Ci sono ancora Peppone e don Camillo?

In qualche modo si, perché nella penna geniale di Giovannino Guareschi i due competevano all’arma bianca ma si rispettavano, concorrevano da sponde opposte al bene comune, in fondo si volevano bene. Questa tendenza al bene comune, all’essere comunque partecipi della stessa sorte, qui resiste ancora. Si percepisce a ogni angolo e in ogni ambiente che Bologna ha costruito la sua identità su una base solidaristica, che non vuole mai lasciare indietro nessuno. Questo perché non ha abbandonato la memoria. Lo racconta bene l’amico Guccini quando canta: «Bologna è una ricca signora che fu contadina […] che sa che l’odor di miseria da mandar giù è una cosa seria». Proprio Francesco mi ricorda quanto questa città sia poetica. Non solo per i suoi straordinari autori più celebri, ma per quella frase armoniosa e surreale che ti regalano ogni mattina il barista, l’edicolante o il vecchietto che incroci sotto i portici.

 

Direi uno sguardo affettuoso e penetrante alla città e ai suoi abitanti

Bisogna sempre guardare con curiosità e affetto all’altro. Vede, io penso che ogni giorno avvenga un miracolo sotto i nostri occhi ma ci trovi distratti. Siamo sette miliardi su questa Terra e nessuno di noi è uguale. Viviamo e cresciamo grazie a questa diversità. L’alterità è il dato fondante della nostra esistenza e della nostra stessa identità.

Abbiamo tutti bisogno dell’altro, come di amare e di essere amati. La buona vita, alla fin fine, è questo. E, da uomo di fede, aggiungo che solo nell’amore per l’altro potremo riconoscere il “totalmente Altro”.

 

Allora, buona vita e buon viaggio don Matteo.

Articolo tratto da La Freccia