Foto di apertura: Chiesa dei S.S. Pietro e Paolo, Galatina (LE) © CosimoGiovanni/Adobe Stock

E che faccio, non vado qualche giorno in estate nel Salento? Contatto la mia amica Laura per avere informazioni su feste o serate dove si possa ballare la pizzica. L’ho conosciuta grazie alla trasmissione Grand tour, andata in onda in prima serata qualche anno fa su Rai1: è una ballerina di pizzica che partecipa alla Notte della Taranta a Melpignano, in provincia di Lecce, nonché grande cultrice di balli popolari.

 

Il festival di musica popolare itinerante, che mira a valorizzare la cultura tradizionale salentina, si svolge ad agosto in varie piazze del Salento. Laura mi dà appuntamento a Galatina (LE) e inizia così il mio viaggio. Arrivo in stazione in mattinata, scarico la mia bicicletta e comincio a girare per la città.

 

All’interno, il borgo antico offre splendidi scorci di palazzi barocchi, fra corti e vicoli che si alternano a larghe strade dotate ancora dell’originario basolato dal fascino indescrivibile. Si alternano chiese e cappelle, conventi e monasteri costruiti, dentro e fuori le mura, dalla fine del ’400 e poi, via via, fino al ’700.

 

Camminando per le viuzze del centro, lo sguardo è rapito dalla maestosa chiesa dei S.S. Pietro e Paolo che, con la sua monumentale facciata barocca, si erge sull’omonima piazza offrendo uno spettacolo d’incomparabile scenografia. Laura mi ha dato un appuntamento con la storia dal sapore autentico e tradizionale.

 

Ci vediamo davanti alla pasticceria Ascalone, dove sembra sia stato inventato il pasticciotto, un dolce composto da pasta frolla farcita di crema pasticcera e cotto in forno. Ha una gonna lunga color grigio chiaro e una maglia nera: mi guarda e sorride, non ci vediamo da tanto e, l’ultima volta, lei era sul palco davanti a migliaia di persone mentre io provavo a carpire con gli occhi qualche passo per cercare di imparare a ballare la pizzica.

 

Prendiamo un pasticciotto e andiamo a sederci sulle scale di una chiesa. Dal primo morso si capisce quanto sia importante antropologicamente mangiare questo dolce tipico in Salento. Al secondo morso, poi… vi dico solo che ancora sorrido al pensiero di quella crema, un’esplosione di gioia.

Laura Boccadamo, ballerina di pizzica © Aldo Isocento

Laura Boccadamo, ballerina di pizzica © Aldo Isocento

Chiedo a Laura dei suoi progetti e di quanto sia importante per lei la musica e il ballo. Mi risponde senza pensarci: «Sono molto timida, anche se non sembra, e il ballo è la mia massima espressione: è la parola che non ho, un linguaggio nascosto nell’anima. La pizzica è tradizione, cultura popolare, storia. Oggi c’è tanta evoluzione e innovazione ma io, essendo molto tradizionalista, cerco di preservare l’autenticità di questo ballo».

 

Si vede che ha la musica nel sangue, parla e sembra che stia danzando. Continua dicendo: «A me piace questa danza perché è sensuale e femminile, insomma è donna, con tutta la sua forza ma soprattutto con il senso di sfogo e liberazione».

Finiamo il pasticciotto e Laura si congeda: deve andare a fare le prove per lo spettacolo della sera. Così, ci diamo appuntamento a più tardi e lei mi promette che riuscirà a farmi ballare.

 

Continuo il mio giro per Galatina, ci sono turisti da ogni parte d’Italia. Mi piace soffermarmi ad ascoltare i loro dialetti e provo spesso a indovinare di dove siano. Mi ritrovo a immaginare cosa stiano pensando, le loro vite nei loro Paesi, il loro lavoro.

Ecco, quel signore sembra proprio un carabiniere in pensione e la moglie una maestra per il modo in cui spiega ai compagni di viaggio lo stile barocco. Si è fatta l’ora di andare a godermi lo spettacolo di danza e di provare a ballare la pizzica, ma prima c’è una cosa da fare assolutamente.

Rustico leccese ©andrearollophoto/Adobe Stock

Rustico leccese ©andrearollophoto/Adobe Stock

Non si può lasciare il Salento senza far tappa da Luigi Moscara, meglio conosciuto come Pico Pasi, il re del rustico leccese. Davanti alla sua rosticceria c’è tanta gente ma vale la pena mettersi in fila. Davanti a me una ragazza romana, è bionda, sorride e ha lo spacchetto in mezzo ai due denti centrali proprio come me, anche se il buchetto è meno accentuato del mio. Si chiama Michela e le ha consigliato questo posto un suo amico lucano.

 

Arriva il mio turno, saluto il proprietario ma lui non mi riconosce, prendo un rustico ed esco a mangiarlo. Non posso aspettare troppo, altrimenti si raffredda. È composto da due dischi di pasta sfoglia sovrapposta ai quali si unisce un ripieno di mozzarella, besciamella, pomodoro, pepe, noce moscata e va assolutamente mangiato caldo.

 

Mangiando, arrivo in piazza, seguendo il suono della taranta, la musica che pizzica. Veniva suonata nei momenti di festa da intere comunità ma costituiva anche l’accompagnamento del rito del tarantismo.

Era eseguita da orchestrine composte da vari strumenti come il tamburello, la fisarmonica e il violino, con lo scopo di esorcizzare le donne “tarantate” e, attraverso il ballo che questa musica frenetica scatenava, guarirle dal loro male.

 

Arrivato in piazza, vedo Laura ballare scatenata, mi avvicino, lei mi vede, mi viene a prendere e iniziamo a saltare, lei sinuosa e gradevole, io un poco meno aggraziato ma sicuramente pieno di quella musica così profonda e ancestralmente potente.

Articolo tratto da La Freccia di agosto 2021